giovedì 17 agosto 2017

L' Enigma dell' Indecifrabile Manoscritto Voynich

L' Indecifrabile Manoscritto Voynich


Il manoscritto Voynich deve il suo nome a Wilfrid Voynich, un mercante di libri rari di origini polacche, naturalizzato inglese, che lo acquistò dal collegio gesuita di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati (RM), nel 1912.
Voynich rinvenne, all'interno del libro, una lettera di Johannes Marcus Marci (1595-1667), rettore dell'Università di Praga e medico reale di Rodolfo II di Boemia, con la quale egli inviava questo libro a Roma presso l'amico poligrafo Athanasius Kircher perché lo decifrasse. 
A seguito di una datazione al radiocarbonio le pergamene parrebbero risalire a un periodo compreso fra il 1404 e il 1438. L'impossibilità di analizzare l'inchiostro col quale il manoscritto è stato redatto lascia però ancora spazio a qualche diatriba, ad esempio poiché una delle piante raffigurate nella sezione "botanica" è quasi identica al comune girasole giunto in Europa all'indomani della scoperta dell'America e quindi successivamente al 1492, si è supposto che l'autore non potesse ancora conoscere tale pianta, ergo il libro sarebbe stato scritto solo successivamente a tale data.
Il volume, scritto su pergamena di capretto, è di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine. La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente comprendesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti.



Fa da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i più svariati oggetti : proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni:
  • Sezione I (fogli 1-66): chiamata botanica, contiene 113 disegni di piante sconosciute.
  • Sezione II (fogli 67-73): chiamata astronomica o astrologica, presenta 25 diagrammi che sembrano richiamare delle stelle. Vi si riconoscono anche alcuni segni zodiacali. Anche in questo caso risulta alquanto arduo stabilire di cosa effettivamente tratti questa sezione.
  • Sezione III (fogli 75-86): chiamata biologica, nomenclatura dovuta esclusivamente alla presenza di numerose figure femminili nude, sovente immerse fino al ginocchio in strane vasche intercomunicanti contenenti un liquido scuro.
Subito dopo questa sezione vi è un foglio ripiegato sei volte, raffigurante nove medaglioni con immagini di stelle o figure vagamente simili a cellule, raggiere di petali e fasci di tubi.
  • Sezione IV (fogli 87-102): detta farmacologica, per via delle immagini di ampolle e fiale dalla forma analoga a quella dei contenitori presenti nelle antiche farmacie. In questa sezione vi sono anche disegni di piccole piante e radici, presumibilmente erbe medicinali.
L'ultima sezione del manoscritto Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Non vi figura alcuna immagine, fatte salve delle stelline a sinistra delle righe, ragion per cui si è portati a credere che si tratti di una sorta di indice.

In molti, nel corso del tempo, e soprattutto ultimamente, hanno cercato di decifrare la lingua sconosciuta del Voynich.
Il primo ad aver affermato di essere riuscito nell'impresa fu William Newbold, professore di filosofia medievale alla Università di Pennsylvania. Nel 1921 pubblicò un articolo in cui proponeva un elaborato ed arbitrario procedimento con cui tradurre il testo, che sarebbe stato scritto in un latino "camuffato" addirittura da Ruggero Bacone. La conclusione a cui Newbold arrivò con la sua traduzione fu che già nel tardo Medioevo sarebbero state conosciute nozioni di astrofisica e biologia molecolare. Newbold analizzando il manoscritto però si accorse che le minuscole annotazioni in realtà altro non erano che crepe nella pergamena invecchiata.
Negli anni quaranta i crittografi Joseph Martin Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento dei sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Il manoscritto fu l'unico a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della marina statunitense, che alla fine della guerra studiarono ed analizzarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodificazione. J.M. Feely pubblicò le sue deduzioni nel libro "Roger Bacon's Cipher: The Right Key Found" in cui, ancora una volta, attribuiva a Bacone la paternità del manoscritto.
Nel 1945 il professor William F. Friedman, costituì a Washington un gruppo di studiosi, il First Voynich Manuscript Study Group (FSG). Egli optò per un approccio più metodico e oggettivo, nell'ambito del quale emerse la cospicua ripetitività del linguaggio del Voynich. Tuttavia, a prescindere dall'opinione maturatagli nel corso degli anni in merito all'artificialità di tale linguaggio, all'atto pratico la ricerca si risolse in un nulla di fatto: a niente servì infatti la trasposizione dei caratteri in segni convenzionali, che doveva fungere da punto di partenza per qualsiasi analisi successiva.
Il professor Robert Brumbaugh, docente di filosofia medievale a Yale, e lo scienziato Gordon Rugg, in seguito a ricerche linguistiche, sposarono la teoria che vedrebbe il Voynich come un semplice espediente truffaldino, volto a sfruttare il successo che a quel tempo le opere esoteriche solevano riscuotere presso le corti europee.
Nel 1978 il filologo dilettante John Stojko credette di aver riconosciuto la lingua, e affermò che si trattasse di ucraino, con le vocali rimosse. La traduzione però pur avendo in alcuni passi un apparente senso (Il Vuoto è ciò per cui combatte l'Occhio del Piccolo Dio) non corrispondeva ai disegni.
Nel 1987 il fisico Leo Levitov attribuì il testo a degli eretici Catari, pensando di aver interpretato il testo come un misto di diverse lingue medievali centroeuropee. Il testo tuttavia non presentava corrispondenze con la cultura catara, e la traduzione aveva poco senso.
Lo studio più significativo in materia resta ad oggi quello compiuto nel 1976 da William Ralph Bennett, che ha applicato la casistica alle lettere ed alle parole del testo, mettendone in luce non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale e la bassissima entropia: il linguaggio del Voynich, in definitiva, non solo si avvarrebbe di un vocabolario limitato, ma anche di una basilarità linguistica riscontrabile, tra le lingue moderne, solo nell'hawaiano. Il fatto che le medesime "sillabe", e perfino intere parole, vengano ripetute con una frequenza tale da rasentare il beffardo, è attinente più ad una concezione inconsciamente accomodante, che non volutamente criptica.
L'alfabeto che viene usato, oltre a non essere stato ancora decifrato, è unico. Sono però state riconosciute 19-28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti attualmente conosciuti. Si sospetta inoltre che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali, e che il manoscritto sia stato redatto da più persone. Imprescindibile quanto significativa in tal senso è poi l'assoluta mancanza di errori ortografici, cancellature o esitazioni, elementi costanti invece in qualunque altro manoscritto.
In alcuni passi ci sono delle parole ripetute anche 4 o più volte consecutivamente.
Le parole contenute nel manoscritto presentano frequenti ripetizioni di sillabe. Ciò spinse due studiosi (William Friedman e John Tiltman) ad ipotizzare che fosse scritto in una lingua filosofica, ossia in una lingua artificiale in cui ogni parola è composta da un insieme di lettere o sillabe che rimandano ad una divisione dell'essere in categorie. L'esempio più noto di lingua artificiale è l'idioma analitico di John Wilkins, anche grazie all'omonimo racconto di Borges. In questa lingua, tutti gli enti sono catalogati in 40 categorie, suddivise in sotto categorie, e ad ognuna è associata una sillaba o una lettera: in questo modo, se la classe generale dei colori è indicata con 'robo-', allora il rosso si chiamerà 'roboc', il giallo 'robof', e così via. Questa ipotesi spiegherebbe la ripetizione di sillabe, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a dare un senso razionale ai prefissi ed ai suffissi usati nel Voynich. Inoltre, le prime lingue filosofiche sembrano risalire a epoche successive alla probabile compilazione del manoscritto. A quest'ultimo proposito, è però facile obiettare che l'idea generale di lingua filosofica è tutto sommato semplice, e poteva preesistere.
Un'ipotesi contraria, molto più azzardata, è che sia stata proprio la visione del manoscritto a suggerire la possibilità di una lingua artificiale. Certo è che Johannes Marcus Marci era in contatto con Juan Caramuel y Lobkowitz, il cui libro 'Grammatica Audax' costituì l'ispirazione per l'idioma analitico di Wilkins.
Recentemente è stata avanzata un'ipotesi che chiarirebbe il motivo dell'inspiegabilità del testo e della sua resistenza a qualsiasi tentativo di decifrazione: Gordon Rugg, nel luglio 2004, ha individuato un metodo che potrebbe essere stato seguito dagli ipotetici autori per produrre "rumore casuale" in forma di sillabe. Questo metodo, realizzabile anche con strumenti del 1600, spiegherebbe la ripetitività delle sillabe e delle parole, l'assenza delle strutture tipiche della scrittura casuale e renderebbe credibile l'ipotesi che il testo sia un falso rinascimentale creato ad arte per truffare qualche studioso o sovrano. Già in passato lo studioso Jorge Stolfi dell'Università di Campinas (Brasile) aveva proposto l'ipotesi che il testo fosse stato composto mischiando sillabe casuali da tabelle di caratteri. Questo avrebbe spiegato le regolarità e le ripetizioni, ma non l'assenza di altre strutture di ripetizione, ad esempio le lettere doppie ravvicinate. Rugg partì dall'idea che il testo fosse stato composto con metodi combinatori noti negli anni tra il 1400 e il 1600: uno di questi metodi, che attirò la sua attenzione, fu quello della cosiddetta griglia di Cardano creata da Girolamo Cardano nel 1550.
Il metodo consiste nel sovrapporre ad una tabella di caratteri o ad un testo una seconda griglia, con solo alcune caselle ritagliate in modo da permettere di leggere la tabella inferiore. La sovrapposizione oscura le parti superflue del testo, lasciando visibile il messaggio. Rugg ha ricondotto il metodo di creazione ad una griglia di 36×40 caselle, a cui viene sovrapposta una maschera con 3 fori, che compongono i tre elementi della parola (prefisso, centrale e suffisso). Il metodo, molto semplice da usare, avrebbe permesso all'anonimo di realizzare il testo molto rapidamente partendo da una singola griglia piazzata in diverse posizioni. Questo ha rimosso il principale dubbio correlato alla teoria del falso, cioè che un testo di tali proporzioni con caratteristiche sintattiche simili sarebbe stato molto difficile da realizzare senza un metodo di questo tipo. Rugg ha ottenuto alcune "regole base" del Voynichese, riconducibili a caratteristiche della tabella usata dall'autore: ad esempio la tabella originale aveva probabilmente le sillabe sul lato destro più lunghe, cosa che si riflette nella maggiore dimensione dei prefissi rispetto alle altre sillabe. Rugg ha tentato anche di capire se ci fosse un messaggio segreto codificato nel testo, ma l'analisi lo ha portato ad escludere questa ipotesi: per via della complessità di costruzione delle frasi e delle parole, è quasi certo che la griglia sia stata usata non per codificare, ma per comporre il testo.
Ricerche storiche seguenti a questo studio hanno portato ad attribuire a John Dee e ad Edward Kelley il testo. Il primo, studioso dell'età elisabettiana, avrebbe introdotto il secondo (noto falsario) alla corte di Rodolfo II intorno al 1580. Kelley era mago, oltre che truffatore, quindi ben conosceva i trucchi matematici di Cardano, e avrebbe realizzato il testo per ottenere una cospicua cifra o favori dal sovrano.
Secondo una più recente ed approfondita ricerca di National Geographic, il manoscritto sarebbe opera di Antonio Averlino, detto il Filarete, a scopo di spionaggio industriale ai danni della Serenissima ed a favore della Sublime Porta. Due ricercatori romani, Roberto Volterri e Bruno Ferrante, hanno recentemente sostenuto che il Manoscritto Voynich contenga indicazioni per praticare cure idroterapiche (parte Medica) in determinate configurazioni astrali (parte Astronomica) e con l'impiego di determinate erbe (parte Botanica).


Nel febbraio del 2014 Stephen Bax, professore di linguistica all'Università del Bedfordshire, ha pubblicato i risultati della sua ricerca in cui propone la decodifica provvisoria di circa dieci parole, nomi propri di piante e della costellazione del Toro, e quindi di quattordici dei simboli dell'alfabeto o alfasillabario del manoscritto. L'approccio è stato quello di partire dalle illustrazioni della parte erboristica ed astronomica. Sono così stati identificati i possibili nomi di piante come l'Elleboro, KA/ə/UR, (Kaur è il nome della pianta ancor oggi nel Kashmir), la centaura, KNT/ə/IR, e della costellazione del Toro, taərn. L'opinione di Bax è che il manoscritto non sia cifrato e nemmeno privo di senso come è stato ipotizzato, ma probabilmente un testo prodotto nell'area del Caucaso, Asia centrale o Medio Oriente cristiano, scritto in una lingua o dialetto estinto, con un proprio alfabeto, anch'esso scomparso. A sostegno della sua tesi, Bax cita l'esempio dell'alfabeto glagolitico, creato dai santi Cirillo e Metodio per le esigenze fonetiche dell'antico slavo, sostituito poi dal cirillico, e che è a noi intelligibile perché sopravvive nella liturgia della Chiesa della Croazia.
Può quindi al momento ritenersi forse più probabile l’ipotesi che il codice sia scritto in una lingua sconosciuta, che usa un alfabeto del pari ignoto, di difficilissima interpretazione perché non riconducibile ad alcun ceppo linguistico esistente e mancante di riferimenti comparativi del tipo della Stele di Rosetta. Appaiono peraltro evidenti le possibili implicazioni sull’origine del Manoscritto che discendono direttamente da tale ipotesi; esse  potrebbero ovviamente condurre a conclusioni fantastiche, in molti casi poco credibili, e comunque probabilmente, allo stato attuale della conoscenza, non altrimenti dimostrabili.
Chi avesse voglia di provare a decifrare il Libro, può farlo visionandolo QUI

martedì 13 giugno 2017

MISTERO - ARCA DELL'ALLEANZA

ARCA DELL'ALLEANZA

L'Arca perduta
L'uomo paludato come un antico sacerdote ebraico solleva lentamente il coperchio di una piccola cassa dorata. Trepidante, scruta nel suo interno polveroso.
Per qualche istante il sacerdote appare deluso, poi qualcosa sembra prendere vita: dapprima sono scintille, lampi di luce accompagnati da un suono sinistro che aumenta di intensità.
Quindi una sorta di nebbia, che presto assume i connotati di uno spettro mostruoso, e gli si avventa addosso con una violenza che nessun essere umano è in grado di sopportare. La testa del sacerdote esplode; una colonna di luce si sprigiona dall'antico contenitore e raggiunge le nubi.
Senz'altro avrete riconosciuto le scene finali de I predatori dell'Arca Perduta, il film di Lucas e Spielberg che nel 1981 ha lanciato a livello popolare la figura dell'archeologo - avventuriero e che ha suscitato un ondata di curiosità nei confronti dell'Arca dell'Alleanza. Di cosa si tratta?
Ce ne parla per la prima volta la Bibbia nel libro dell'Esodo. Dopo aver ricevuto le tavole della legge (il segno dell'Alleanza, appunto, tra Dio e il suo Popolo), Mosè le fa chiudere nell'Aron haerit (l'Arca), una sorta di scatola così descritta:
(...) di legno d'acacia, lunga due cubiti e mezzo, larga e alta
un cubito e mezzo (circa cm. 125 x 75 x 75). La ricoprì d'oro
puro di dentro e di fuori, e le fece intorno una corona d'oro.
Le fece quattro anelli di oro fuso ai quattro suoi piedi (...);
prese poi due stanghe di legno e le fece passare negli anelli ai
lati dell'Arca per poterla portare.
Fece pure il propiziatorio (una sorta di coperchio) d'oro puro;
fece inoltre due cherubini d'oro battuto con le ali aperte in
alto e con le loro facce rivolte l'una verso l'altra sopra il
propiziatorio (c'è da notare che i cherubini biblici non hanno
nulla a che vedere con i putti grassottelli inventati dai
pittori del Rinascimento: si tratta di creature alate con il
corpo da leone e il volto di sfinge).
L'Arca aveva davvero poteri soprannaturali, come nel film?
La Bibbia parla di uomini fulminati dal Signore per averla toccata, e le attribuisce altri sinistri prodigi.
Si tratta, probabilmente, di invenzioni letterarie atte a dimostrare la potenza di Dio, ma qualche accanito seguace dell'ipotesi extraterrestre sostiene che l'Arca dell'Alleanza era in realtà un potente accumulatore elettrico, costruito in base a certe conoscenze segrete, il quale emetteva scariche mortali. 

L'Arca ritrovata.
Perché l'Arca é Perduta ? Perché nessuno sa che fine abbia fatto.
La Bibbia afferma che era custodita nel Nerib (o Santissimo, o Sancta sanctorum), il luogo più riposto e segreto del tempio di Gerusalemme, in una sorta di cubo di nove metri per nove sorvegliato dai soliti due cherubini, ma poi se ne perdono le tracce.
Qui di seguito troverete alcune ipotesi sulla sua possibile dislocazione attuale.
L'Arca si trova in Egitto.
Nel Secondo Libro delle Cronache si legge testualmente:
L'anno quinto del regno di Roboamo (925 a.C.) Sesac, Re
d'Egitto (Soshenq I, della XIII Dinastia) marciò contro
Gerusalemme (...) e portò via i tesori del tempio del Signore.
Portò via ogni cosa, anche gli scudi d'oro lasciati da Salomone.
In quell' "ogni cosa" poteva esserci dunque anche l'Arca dell'Alleanza.
L'allora capitale d'Egitto era Bubasti, sul delta del Nilo, accanto a cui sorgeva Tanis, ove Lucas ha ambientato il ritrovamento dell'Arca.
L'Arca si trova in Palestina.
Questa volta è Gioas, Re d'Israele, a distruggere nuovamente il Tempio di Gerusalemme, tra il 797 e il 767 a.C. Il Secondo libro dei Re dice:
Prese tutto l'oro, l'argento e tutti gli oggetti che si
trovavano nel tempio del Signore e se ne tornò a Samaria
(nell'odierna Palestina).
Se, per caso il faraone Soshenq non fosse riuscito a trovare l'Arca, potrebbe averlo fatto successivamente Re Gioas.
L'Arca si trova in Babilonia.
A detta del Secondo Libro delle Cronache, nel 621 a.C. l'Arca (o una sua esatta copia) esisteva ancora: vi sta infatti scritto: Poi Giosia disse ai Leviti: "Collocate l'Arca Santa nel Tempio del Signore che edificò Salomone".
Quando, tra il 587 e il 585 a.C., Nabucodonosor, re dei Caldei e dei Babilonesi, conquistò Gerusalemme dopo un assedio durato 18 mesi, egli portò a Babilonia tutti gli oggetti del tempio del Signore .
L'Arca é sepolta nel deserto del Sinai.
È un'ipotesi degli archeologi Emmanuel Anati e Flavio Barbero, secondo i quali Mosè (un iniziato del culto di Akhnaton, perseguitato dai sacerdoti di Amon) avrebbe prelevato l'Arca - un potente oggetto magico custodito in Egitto fin dalla notte dei tempi - da un tempio egizio, e l'avrebbe portata con sé durante l'Esodo.
Per proteggerla, l'avrebbe sostituita con una copia e avrebbe nascosto l'originale, insieme ad altri tesori del popolo ebraico, nelle viscere del monte Har Karkom, ove si troverebbe tuttora.
L'Arca si trova in Francia.
Le sue collocazioni probabili sono due: da qualche parte nei pressi dei Pirenei, dove sarebbe stata portata dai Visigoti insieme ad altri tesori catturati durante il sacco di Roma (i romani l'avrebbero infatti a loro volta prelevata durante il sacco del tempio di Gerusalemme), oppure nella cattedrale gotica di Chartres.
Ve l'avrebbero portata i templari dopo averla recuperata nei sotterranei del tempio di Gerusalemme e ora sarebbe murata in una cripta segreta; quando qualcuno la scoprirà - racconta la leggenda - l'edificio crollerà come un castello di carte.
L'Arca si trova in una banca svizzera.
Il defunto Hailè Selassié, ex Negus di Etiopia, affermava di essere discendente della regina di Saba, un regno nei dintorni dell'attuale Yemen. La famosa regina (di cui sono noti i rapporti con Salomone, l'edificatore del tempio di Gerusalemme) avrebbe avuto in dono l'Arca dell'Alleanza, che, sempre secondo Hailè Selassié , faceva parte del suo tesoro imperiale. In tal caso il luogo più probabile ove ora potrebbe trovarsi sono i capaci forzieri di una banca svizzera, ove l'ex Negus ha nascosto le sue ricchezze prima di lasciare il paese.
L'Arca si trova in una cripta sotterranea in Etiopia.
Nel marzo 1992 la stampa ha dato ampio risalto alla notizia del ritrovamento dell'Arca. Nel volume The Sign and the Seal ("Il segno e il sigillo"), l'inglese Graham Hancock sostiene che l'Arca - già parte del tesoro di Hailè Selassié - si trova ora in una cripta sotterranea custodita da una misteriosa confraternita.